LA MEMORIA DEL GIORNO DOPO

Ho atteso che questo giorno terminasse per scrivere, per proseguire l’intervista iniziata qualche settimana fa, la mia prima intervista.
Si è appena concluso il giorno della memoria, quello delle commemorazioni alla portata di tutti, della retorica generosa e senza contegno, delle citazioni tagliate e incollate e delle recite, delle lacrime a buon mercato e della coscienza lavata e stirata.
Ho atteso che scoccasse l’ultima ora di questo giorno buono per tutti ed ho sfidato una legge precisa, sono andato fuori tempo e sono arrivato tardi.
Ho ascoltato, visto e letto di tutto oggi, e ho incontrato ancora il dissidente che qualche giorno fa mi ha mostrato le cose da un punto di vista differente. Questa volta c’era qualcuno che ci ha permesso di sedere nel dehor del suo piccolo locale, con un freddo cane, ma davanti a una tazza di tè caldo e qualche biscotto.
Uno di quelli che ne hanno abbastanza di difendere le regole che non capiscono e che danneggiano le loro attività; sono tanti.

Mi ha stretto la mano come mi aspettavo e ho atteso che mi parlasse del giorno che è appena terminato. Confidavo in un prevedibile parallelo tra gli editti dei giorni nostri e quelli che ottant’anni fa avevano già scelto il popolo da eliminare, la razza inferiore da cancellare.
Così è stato, ma anche stavolta tutto è andato molto diversamente da come avevo previsto.
“Vedi questa fotografia ?”, mi ha chiesto, mostrandomi l’immagine di una montagna di scarpe abbandonata in uno dei campi di prigionia che furono la vergogna del genere umano, una delle tante. L’avevo già vista.
“Senza questa fotografia e senza le altre mille di quell’orrore non avremmo mai creduto che gli uomini hanno fatto questo ad altri uomini, milioni di donne e uomini, nei paesi dell’Europa civile, nel cuore del continente più vecchio e progredito.”
“E ancora oggi non abbiamo capito, non abbiamo imparato”.
“Cosa intendi quando dici che non abbiamo imparato ?”. “La guerra è finita e c’è stato un processo internazionale, i responsabili sono stati individuati e condannati, costretti a pagare.”

Mi ha mostrato il suo sorriso infantile e un po’ beffardo e ha continuato: “ti leggerò una cosa. L’ha scritta una persona che da lì è tornata, da sola e che non ha più trovato sua moglie, i suoi figli, i suoi amici, neppure uno”.

“L’ha scritta dietro a una fotografia come questa”.

“Nessuno di voi capisce, nessuno può farlo se non era lì. Avete mai immaginato i vostri piedi nudi dentro a un paio di quelle scarpe lerce, i vostri piedi e quelli dei vostri figli ? Avete provato a sentire il dolore delle piaghe e il tanfo delle ferite infette, il dolore dei passi ripetuti per giorni, settimane, mesi e anni in quel fango gelato e intriso di sangue, i brandelli di carne caduta, la preghiera senza speranza che passasse, e l’invocazione alla morte perché venisse ad avere pietà, ancora una volta inascoltata ?”
“Potete immaginare l’orrendo numero del marchio infame che viene inciso sulla pelle di chi amate più della vita stessa e il suo urlo e le lacrime e l’impotenza delle mani paralizzate dal ferro ?”
“Sapreste sentire nella vostra carne le atroci torture inflitte ai figli che avete perduto e vedere il sorriso che ricordate tra le migliaia di denti ammonticchiati sui tavoli luridi di sangue ?”
“Non potete. Non vi è concesso immaginare, non vi è permesso di capire e neppure di chiedere scusa. Non meritate alcun perdono. Siete condannati a credere e sperare che quel demone non torni e non scelga voi”.

Ero rimasto immobile e in silenzio, dopo aver ascoltato quella lettura e lui ha riposto la fotografia con cura nella busta da cui l’aveva estratta.

Il mio sguardo tradiva l’attesa di qualcosa, la speranza che volesse spiegarmi il senso di quello schiaffo terribile alla mia coscienza travestita.
Così ha ripreso con voce serena e cadenza lenta: “gli uomini sono questo, e non cambiano senza pagare prima un prezzo molto alto.”
“Non c’è differenza tra dolore e dolore, tra discriminazione e discriminazione, tra prepotenza e prepotenza.
Non c’è un male minore e neppure una maledizione che possa essere accettata.”
“Hai mai pensato di dover spiegare a tuo figlio di dodici anni perché non può più andare al cinema con i suoi amici ?”
“Hai cercato le parole per fargli comprendere che non ha fatto nulla di sbagliato anche se non può più andare a scuola di calcio con suoi compagni ? Che non è colpa sua se non lo vogliono più dentro al piccolo bar dove andava a mangiare il suo panino quando usciva prima da scuola insieme agli amici di sempre?”.
“Hai inventato una scusa a cui sai che non crederà perché si rassegnasse a rimanere a casa a seguire le sue lezioni da lontano, con i suoi compagni sul monitor di un computer?”
“Hai cercato dentro di te le parole e la forza per non crollare guardando i suoi occhi che ami che aspettano che tu dia un senso a tutto quello, quando sai che un senso per tutto quello non c’è ?”.
Ha fatto una pausa, per lasciar fluire le emozioni che aveva evocato dentro di sé e per attendere che il nodo stretto nella mia gola si sciogliesse, perché potessi rispondere.
Non ci sono riuscito e quel nodo è ancora serrato, ben stretto.

E’ stato ancora lui a soccorrermi.
“Non temere, i miei sacrifici non sono nulla. Nulla è percorrere ore in auto per continuare a lavorare e a fare in una settimana quello che prima potevo in un giorno.”
“Non importa cercare un’improbabile stanza che sfugga alle regole nelle città di cui conosco bene ogni albergo, e neppure guadagnare sempre meno e stare lontano da casa sempre di più”.
“Non sarà insopportabile – infine – rimanere senza lavoro e rinunciare a tutto quello che dovrà essere lasciato indietro”.
“Perché c’è altro che conta, altro che è importante e lo è nella misura di ciò che sono disposto a perdere per onorarlo”.

“Vedi. E’ questo che non è cambiato, che non cambia.”

“A voi che fingete di non sapere, di non vedere e di non capire non è permesso immaginare, non vi è permesso di capire e neppure di chiedere scusa. Non meritate alcun perdono. Sarete presto condannati a credere e sperare che questo demone non scelga voi”.

“La mia scelta è libera, e scelgo di non essere libero per esserlo”.

Sono rimasto seduto davanti a quel tavolo a lungo anche dopo che lui era andato via ed ho atteso che questo giorno finisse per scrivere.
Oggi è il giorno dopo, un giorno qualunque, un giorno buono per cambiare occhi, per essere come gli altri, come lui.
Un giorno perfetto per amare i figli degli altri come i propri, un giorno uguale per tutti. Non un giorno da ricordare quando sarà tardi.

Mi viene in mente una cosa che era scritta dietro a quella fotografia.
“Volerò”, disse il bruco, e tutti risero. Tutti tranne le farfalle.

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