Stars

Stelle.
Sono esplosioni, detriti scagliati nel buio da una forza incontenibile, frammenti incandescenti della nostra resistenza sgretolata, proiettili luminescenti nati dall’ego disintegrato e morente.
Energia inesauribile che sfugge al controllo della materia e si rivela, anima che si libera al termine del tempo e della forma.
Lo pensava e vedeva al contempo quelle immagini animarsi davanti ai suoi occhi, chiusi sul mondo dei vivi ma spalancati su quello riservato a chi ha varcato la soglia della verità.

Davanti a lui c’era lo sguardo dolce e sereno del suo bambino; lo guardava attentamente e sembrava volesse sorvegliarlo, controllare con amore che avesse capito bene il suo racconto e che potesse resistere alla tentazione di fuggire senza aver accolto il suo dono.

Tutto era iniziato la mattina precedente.
Una telefonata aveva cercato di recapitargli un messaggio, ma lui non era attento e neppure poteva immaginare quanto fosse importante, quel messaggio.
E – in realtà – non lo era affatto. In fondo si trattava di ricevere una notizia e di lasciar entrare il vento impetuoso e devastante del già avvenuto, quando ormai tutto era scritto e nulla poteva più essere tentato.
L’universo aveva compiuto il suo disegno, senza curarsi di lui e a lui non restava che ricevere il segno, accettare che fosse definitivo e scegliere se continuare a vivere o lasciarsi morire, sovrastato e spezzato da quel dolore.
Così aveva mancato l’appuntamento con quel messaggio e ora era alle prese con altri dieci, o forse molti di più che sembravano aver bersagliato il suo maledetto telefono.
Era stato pervaso da un’agitazione senza controllo e aveva scelto di chiamare lei, che non era tra quelli che lo avevano chiamato e questo lo faceva sperare che fosse qualcosa di meno enorme di quanto la sua anima gli stava dicendo.

Rispose finalmente il numero fisso che aveva chiamato per primo e seppe che era l’ospedale di St. Thomas e cha a chiamare era stato Rob, il suo amico medico che lì contava.
Mentre attendeva che il centralino passasse la telefonata rimase sospeso, senza pensiero, senza emozioni, senza respiro.
“Devi venire subito” – gli disse Rob, strappandolo a quel torpore innaturale – “Harris è qui”.

Era giunto al St. Thomas volando sulla realtà tangibile, sul traffico, sulle strade, sospesi dal suo Angelo che aveva fermato il tempo per lui.
L’auto era rimasta in mezzo alla pista d’accesso, con lo sportello aperto, ma nessuno aveva provato a fermarlo mentre irrompeva nel reparto della medicina d’urgenza. Rob aveva avvisato tutti e una giovanissima infermiera lo condusse da lui, anche se in realtà non fece altro che corrergli dietro mentre lui raggiungeva, quasi senza toccare il suolo, l’accettazione dove era stato spesso accolto con gentilezza per via della sua amicizia.
Rob era lì e lo prese letteralmente al volo, arrestando la sua corsa incontrollata. Era un uomo forte e allenato e per un attimo lo scontro sembrò doversi risolvere con una fragorosa caduta; aveva capito da tempo cosa stava succedendo e la disperazione fece finalmente la sua comparsa, libera dalla sua resistenza.
Crollò in ginocchio, con le lacrime che gli rigavano il volto e cadevano abbondanti sulla camicia bianca, disegnando qualcosa sul suo petto.

Aveva dimenticato le ore che erano seguite.
Le aveva vissute in trance, con il sangue rappreso nelle vene e nel cuore, solo così aveva potuto sopravvivere fino alla notte seguente.
Era nel suo letto, da solo.
Aveva perso anche lei quel giorno.
E adesso la tempesta che aveva fatto scempio della sua famiglia stava per mettere fine anche alla sua vita, sperava che lo facesse e la invocava perché arrivasse presto.

Improvvisamente, l’uragano si fermò e dal buio vide sprigionarsi una luce pulsante, apparentemente lontana, sembrava si avvicinasse in fretta e fu da lui. Vide che aveva il volto di Harris e provò un sollievo enorme quando gli parlò.
Gli sorrise e sentì la gioia innocente della sua giovanissima vita infondergli coraggio, accarezzò il suo viso e la pelle morbida che mille volte aveva dato senso alla sua esistenza. Il suo bambino era lì ed era reale.
Gli porse qualcosa che teneva nella mano chiusa e lasciò scivolare una piccola sfera di vetro colorato nella sua.
“E’ la mia stella”, disse. “Una delle mille che compongono il mondo dove adesso vivo e da cui sono tornato per un po’. Non devi essere triste. La mamma è con me e si sta occupando di tutto, ti ama e la rivedrai presto”.
“Ma io ho sentito che stavi per cedere e rinunciare al cammino che ti rimane da percorrere senza di noi”.
“Non disperarti e prenditi cura di te e di mio fratello”.
“Da oggi c’è una nuova meta per te. Aiuterai molti a capire come io faccio adesso con te e per questo ti lascio questa stella, la sua luce ti mostrerà ciò che gli occhi umani non riescono più a vedere, ma dovrai credere”.
“Vedrai” … ”sarà facile”.

Il suo cuore si era placato e Harris gli disse “ti voglio bene”, mentre si allontanava e tornava tra quelle stelle, senza mai lasciare il suo sguardo fiducioso.

Era nel suo letto, da solo.
E stringeva una sfera di vetro colorato nella sua mano.
L’accarezzò leggermente e vide tutte quelle luci potenti e amiche. Si concentrò e gli parve di scorgerne alcune più vivide, le seguì con lo sguardo e provò a collegarle tra loro; ne nacque una lunga scia sfavillante e sottile che lo condusse dove poteva vederli. Era una strana magìa e lo liberava dal dolore. Forse, così avrebbe potuto incontrarli ogni volta.
Non sapeva di essere pronto per il cammino che lo attendeva, ma era esausto e si addomentò.

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