SPLEEN

Da giorni mi dibatto in una condizione di (in)sofferenza e agitazione, al confine tra l’insopportabile peso della noia e quello del troppo, altrettanto difficile da sostenere.

So di aver appena descritto un ossimoro ideale, essere annoiato e stressato allo stesso tempo è davvero un bell’esempio di “disturbo bi-polare attenuato” (le classificazione, ovviamente, è mia ed ha il sapore della licenza prosaica).

Eppure la mia mente si agita frenetica passando dall’una all’altra percezione, dalla noia di una ripetizione semi-ossessiva delle mie occupazioni, a quella della non corrispondenza tra le cose da fare ed il tempo per riuscirci.

Il prodotto di questa tempesta neuronale perfetta è questa sensazione latente e densa che ho battezzato con la definizione resa celebre da Charles Baudelaire, “spleen”. 

Del resto, lo spleen dell’autore de “le fleurs du mal”, ha una sorta di sinonimo che si chiama “ennuì”, “noia” giustappunto.

Inizio un esercizio di pensiero divergente.

E’ passata la metà di questa vita e questa è la situazione. 

È stato tutto un grande bluff. Un colossale, scontato e comune imbroglio.

Questa non è una constatazione fallimentare e disperata, e neppure una resa, ma una semplice presa di coscienza, un’ammissione e un riconoscimento. Tutto assume un significato, ogni cosa, anche lo spleen, la noia e il senso di ribellione che si nasconde sotto di essi.

Non è il significato, del resto, l’essenza del viaggio in questa vita ?

Non siamo partiti, quel giorno, alla sua ricerca ?

Scriveva l’inarrivabile Jung in “Ricordi, sogni, riflessioni”:  «La mancanza di significato impedisce la pienezza della vita, ed è pertanto equivalente alla malattia. Il significato rende molte cose sopportabili, forse tutto».

Leggere mi è servito a qualcosa, ed è evidente che non si poteva dire meglio.

Traduco per me stesso in parole più semplici: “ho messo in scena un grande imbroglio, questo mi ha causato una sofferenza insopportabile, finalmente lo riconosco e da oggi parto alla ricerca del vero significato della mia esistenza.”

Un bell’impegno, non c’è che dire, ma il solo fatto di scrivere queste parole e rileggerle ha compiuto un primo, piccolo miracolo: la noia è scomparsa e al suo posto c’è una strana sensazione di pienezza e autocontrollo, mi sento alla guida di qualcosa che ancora non ha forma ma che di certo assumerà quella che io vorrò che assuma e non un’altra.

Percorro – dunque – a ritroso anni e decenni per trovare la radice, il fondamento e l’origine di quello che sono diventato, dicendo a me stesso che ci sarà pure un motivo per cui ho scelto – passo dopo passo – di costruire questa vita, di assumere questa forma, di prendermi questo ruolo e infine identificarmi con l’uomo che sono adesso, o almeno con quello che credevo di essere fino a qualche tempo fa. Eppure, per quanto mi sforzi, non trovo niente, nulla che sia coerente con tutto questo: non ero destinato a diventare questa versione di me.

Ma allora com’è successo ? Cosa, o chi ha fatto di me questa persona ?

La domanda è enorme e l’idea di rispondere mi opprime e mi sconfigge, devo ricorrere alla mia intelligenza primitiva e togliermi da qui, prima che la trappola si chiuda e rimanga bloccato nella ricerca più vana ed inutile di una risposta impossibile.

Ci sono molte cause, molte scelte che hanno generato tutto questo e soprattutto ci sarebbero mille giustificazioni per scrollarmi di dosso la responsabilità e attribuirla a qualcuno o qualcosa fuori da me: genitori, scuola, amici, amori, sport, carriera, soldi, religione e società sono figuranti perfetti per sottrarsi all’esercizio più difficile, assumere la responsabilità.

Ma lo spleen ha assolto il suo compito, ho ricevuto il messaggio che la malinconia e la noia incontenibili mi hanno consegnato e non imbroglierò più.

Ho trovato il primo punto fermo di questo nuovo cammino e non era poi così difficile e nascosto: mettere da parte il giudizio. Non mi interessa più il giudizio che di me hanno le altre persone, se per quello mi sono ridotto così. Seppellito dall’”enneì” e in preda al mio “spleen”, solo perché questo fosse accettabile, allora…no grazie. Ci rinuncio volentieri.

Da questa prima scoperta ne deriva un’altra, simile e ancora più sorprendente: non mi interessa più giudicare gli altri. 

E c’è di più, mi spiace per tutte le volte in cui l’ho fatto e chiedo virtualmente scusa a ciascuno di quelli a cui ho dedicato tempo per esprimere il mio giudizio, era una scusa, un vigliacca fuga dal compito ben più gravoso di prendere atto dell’immagine che lo specchio mi stava restituendo. Quindi, mai più giudizi “su” alcuno e mai più giudizi “di” alcuno.

Lo “spleen” adesso è un ricordo incerto e lontano, ed è successo tutto nel tempo necessario per scrivere queste poche righe.

Qualcosa si sta rivelando, una nuova realtà preme per essere vista.

Ma occorre ancora un po’ di umiltà.

Ammettere è una pratica difficile, perché contempla l’ammissione del tradimento più grande, quello di sé stessi.

Ingannare sè stessi – infatti – e l’arte più a buon mercato che esista, la scelta meno impegnativa è in realtà quella più vile. 

Per ingannare il prossimo occorre accettare il rischio di essere scoperti. Per farlo con se stessi no. Solo noi possiamo svelare il travestimento e per di più senza alcun premio, se non quello di costruire una nuova occasione.

Sono in affanno, del resto ho compiuto un atto di fede e messo in discussione ogni cosa, posso prendere fiato e cercare tra le cose che ho appreso in questi anni. Imparare è stata una cosa buona nel mio cammino da impostore e inizio a credere che nulla sia stato del tutto sbagliato, nonostante mi sia difficile vederlo adesso, c’è stato molto di buono in quei passi.

Mi viene in mente qualcosa che ho letto di Elena Bernabè. Era una piccola storiella e diceva così: “…siamo nati non per essere migliori, ma per trovare la nostra unicità e per non tradirla mai.

La nostra missione è ricamarla nel mondo. Con gratitudine, fierezza, gioia immensa.

“E se non la riconosco questa unicità?”

La difficoltà non è nel riconoscerla ma nell’affidarsi ad essa. Completamente. Senza vie di mezzo o compromessi. Fanno questo i veri eroi: combattono i draghi della mente. Per riuscire a liberare la loro anima”

È vero, il mio atto di fede mi ha portato faccia a faccia con quei draghi.

E la sfida non è poi così terribile, anzi…mi pare che sia proprio questo il significato.

Lo cercavo ed era lì. E non era una risposta, ma una scelta quotidiana e una nuova via.

Oggi ho scelto di ascoltare il tuono di quei draghi e di non coprirmi le orecchie, sono rimasto fermo e non sono fuggito. Ho trovato dentro di me qualcosa che per tutti questi anni credevo fosse là fuori e ho deciso di prendermene cura.

Forse perderò il mio ruolo, i miei titoli, i miei soldi e il mio aspetto, forse il mio posto in questo mondo, ma finalmente sono certo che non importa.

La nuova via sarà il significato, il viaggio stesso sarà la mèta e farò solo ciò che sento essere profondamente parte di me.

In realtà, lo sto facendo adesso, proprio ora sono intento a scrivere la mappa di questa nuova parte di mondo che era in ombra e che adesso è venuta alla luce per rimanerci.

Scriverò ogni cosa e scriverò ancora, non importa davvero cosa mi attende e cosa arriverà, perché la prossima parte di questa storia la scriverò io.

5 risposte a “SPLEEN”

  1. Non posso che augurarti buona fortuna!!

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  2. Non sono lontano dai tuoi pensieri. Lo spleen è il significato e il significante, la vita ci ha deluso, è tempo di cambiare. Ci vuole solo un po’ di coraggio

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    1. In realtà non c’è delusione nel mio approdo. Ma fiducia e forza. Il coraggio arriva da solo appena hai riconosciuto la paura. Grazie e buona vita

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