ALDILA’ (Star-Books)

Questo viaggio è iniziato senza che lo attendessi; non mi ha portato in Akasha e neppure dove avevo chiesto.

Anche questo viaggio è stato magico.

Ero entrato in quella chiesa dopo i saluti, le strette di mano e le chiacchiere di circostanza.

Riti e orpelli consumati in fretta. Non era più come sempre, rifuggivo da tempo quelle finzioni e cercavo spesso un angolo tranquillo da cui osservare in silenzio.

Le mura erano decorate da immagini antiche, dipinte senza arte e senza ispirazione, copie inerti di altri capolavori disegnati in altri tempi, quando lo spirito ancora si mostrava tra questo mondo e l’altro.

Al centro c’era una cassa di legno lucido e chiaro, levigata senza sapienza e scelta per la sua misura e il suo prezzo. Sopra, fiori spenti che pagavano in fretta il passaggio da un frigorifero al caldo appiccicoso di quel pomeriggio estivo.

Intorno, persone.

Tutti lì per ricordarsi che la vita terrena è ingannevole e imprevedibile, toglie in un attimo dopo aver concesso a lungo ed averci convinti che lo farà ancora, che ci perdonerà un’altra volta anche se l’abbiamo offesa, respinta e delusa.

Così ho immaginato i pensieri altrui, distinto i colori e contato le tracce di sudore, assecondato il ritmo dei ventagli comparsi dal nulla tra le mani di alcune donne e previsto i movimenti di molti di quelli.

Labbra socchiuse seguivano la nenia della preghiere cantate su note incerte e tediose.

Un uomo alto amministrava il rito e scandiva il ritmo di una celebrazione che tutti avrebbero raccontato tra un po’, dicendo che non avrebbero mai voluto esserci e mai avrebbero creduto che potesse arrivare così, prima del tempo, del suo e del loro.

Io me ne stavo indietro, concentrato a mantenere il peso sue entrambe le gambe, con le mani chiuse tra loro in un cerchio e l’anima affacciata sugli occhi a decifrare quella scena senza essere vista, al sicuro.

Ero in attesa di vedere dall’altra parte, perché sapevo che sarebbe accaduto.

La celebrazione della morte non mi ha mai commosso. Da bambino mi interrogavo sul perché fossi così diverso da tutti, cercavo di capire cosa mi impedisse di provare quelle emozioni così forti e drammatiche che vedevo muovere i gesti straziati dei sopravvissuti. Di fronte alle loro lacrime, spontanee, copiose e inarrestabili, provavo quasi vergogna per la mia indifferenza e dunque evocavo intensamente i pensieri più tristi e bui, qualsiasi essi fossero, perchè mi facessero un po’ più umano, perchè mi rendessero simile a tutte le altre persone, quel tanto che basta.

Puntualmente, non accadeva nulla e rimanevo ad osservare impassibile quella scena quasi sempre uguale a sé stessa: i volti contriti, gli occhi arrossati e umidi di tutti e le guance rigate dal passaggio delle lacrime dei più vicini e quindi feriti più gravemente dal tradimento della morte.

Mi chiedevo se anche loro fingessero e rispondevo di no, che ero solo io ad essere diverso.

Poi qualcuno parlava, e in mezzo ai canti ed alle invocazioni stentoree e sempre uguali del popolo dei fedeli, dopo le letture scontate del ministro di Dio di turno profferite a memoria e senza passione, risuonava la voce di un amico, di un fratello, di un padre.

Allora avveniva la magìa, puntuale.

Qualunque tono avesse, qualsiasi istruzione avesse ricevuto e a prescindere dalla sua grammatica, tutto sembrava fermarsi e nella chiesa entrava la luce. Ricordi delicati, aneddoti ordinari e sorrisi, capelli, occhi e passeggiate lontane, ogni dettaglio riportava la vita nel bel mezzo dell’ode alla morte e accadeva miracolo, anche il mio.

Vedevo tutto benissimo ed era come se la bara che da mezz’ora tracciava il centro di quella recita senza fede si aprisse per mostrarmi chi era passato; vedevo sempre chi era davvero e non chi era stato fino a quel giorno.

Sorrisi, capelli, occhi e cuore erano lì davanti a me e mi mostravano il motivo che mi impediva di piangere.

Non capivo allora perché quelle parole fossero magiche, ma lo comprendo adesso e adesso so che la parola è un dono e uno strumento potente. Serve senza infingimenti l’intenzione di chi la pronuncia e svela il contenuto della sua anima. Una volta, per un solo attimo, quando quell’anima non può essere più nascosta dalla carne e dalla pelle.

Anche quel giorno, puntualmente, stava accadendo questo e il corpo esanime custodito in quella cassa di legno, costosa e immobile, aveva lasciato che il suo spirito si rivelasse.

Un amico aveva aperto il suo cuore e le sue parole fluivano senza resistenza, benedette e benedicenti e lui era diventato il canale, il passaggio e il varco per l’aldilà. Tutto era soffuso e pacificato e quel corpo freddo e inutile adesso non tratteneva più l’anima liberata.

La vidi finalmente, vidi il sorriso descritto da quella preghiera potente e irresistibile e non era quello che ricordavo; era molto di più.

Anche la forma era diversa e manteneva il suo sembiante materiale, voleva che capissi e sapeva che avevo bisogno di quell’aspetto, tra i tanti che avrebbe potuto assumere. Non c’era più il peso del tempo e della vita trascurata, non il solco impietoso della malattia e neppure il segno dell’abuso e del vizio, era un’anima in un sembiante umano, bellissima e senza alcun dolore, solo luce e potere infinito, la pace, la gioia e la dolcezza.

Sorrideva e il suo profumo si era diffuso ovunque in quel luogo pieno di simboli senza valore e di persone senza credo. Parlava al cuore di ognuno nello stesso momento e ad ognuno diceva parole diverse.

I suoi amici non trovavano sollievo ma erano rapiti da quelle parole che lo avevano riportato in vita, la sua amata era disperata per il pensiero di non potergli più parlare ma il suo dolore adesso aveva un sapore differente e lo ascoltava sussurrare dell’Amore che non finisce.

Quella preghiera senza forma aveva evocato un Angelo, umile e maestoso e quello stava benedicendo chi aveva salutato disperato la sua gabbia. Era ormai fuori da quelle sbarre che presto si sarebbero dissolte, ma avrebbe potuto riportare in vita anche quelle ossa, quel sangue e quella carne se solo avesse voluto, era la potenza di Dio ed era Dio lui stesso.

Mi chiedevo come avessi fatto a non vedere quella meraviglia per tutti quegli anni, passati a giudicare l’involucro esterno e a voler conoscere solo quello.

Mi sentii bene ed ebbi un brivido volgendo lo sguardo intorno a me; vidi altri Angeli ovunque, ce n’era uno per ogni persona presente in quella chiesa e la somma del soffio di quelle ali e di quella luce aveva cambiato ogni volto.

Adesso ero a mio agio e sentivo che nessuno di quegli esseri d’amore provava tristezza, come me erano di fronte al passaggio benedetto e non alla fine senza ritorno.

L’altro mondo si era dischiuso e si mostrava a tutti.

Sarebbe sparito presto e io lo sapevo, molti non avrebbero ricordato nulla e sarebbero tornati a dubitare e a proclamarsi fedeli, ma qualcuno no e come me sarebbe rimasto a lungo a custodire la luce appena ricevuta.

Quell’Angelo mi ha seguito fino a casa, mi ha insegnato a generare altro amore e mi ha promesso che ci sarebbe stato ancora, se fosse servito.

Credo che l’abbia fatto con altri, quello stesso giorno e in quelli a seguire.

Altri adesso sanno che a passaggio segue passaggio, che ad ogni morte segue una nascita, ad ogni notte un’alba.

Finchè ci saranno la luce e il buio allo stesso tempo e la possibilità di fare scelte impossibili, di morire e di rinascere ogni volta e di trovare la vita anche dopo il fugace voto alla morte.

Altri rinunceranno a fare domande, qualcuno non avrà più vergogna di non piangere al prossimo funerale e tratterrà il suo sorriso per pudore.

Insieme attenderemo chi ancora non crede e non vede al di là.

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