Lupi

Passeggiavo tutti i giorni in quei luoghi e tutti i giorni da tempo incontravo un vecchio.

Mi aveva colpito subito il suo sguardo torvo, indiretto e nascosto, mi osservava di sguincio, mi lanciava una prima occhiata distratto mentre mi avvicinavo al punto in cui lui solitamente rimaneva in piedi e poi i suoi occhi si abbassavano puntualmente al suolo, mentre il mio cammino incrociava il suo. 

Appena superato quel momento, sentivo nettamente che la sua attenzione era di nuovo su di me, potevo quasi avvertire la puntura penetrante del suo giudizio vigliacco alle mie spalle.

Era un uomo dall’età indefinita, di certo sembrava vecchio, ma non avrei saputo dire quanta vita fosse passata sotto la lente severa dei suoi occhi, quelli che conoscevo ormai bene.

L’espressione del suo volto era segnata da una curva simmetrica ai due angoli della bocca, rivolti verso l’alto e molto distanti, a descrivere una sorta di ghigno indecifrabile e inquietante. Ricordava una delle maschere di terracotta che sono appese in una nicchia del muro del mio piccolo giardino, nell’angolo che amo di più. Lì passo ore in cui scrivo, quando posso, e ogni tanto sollevo lo sguardo, come se fossi richiamato da quell’immagine di Dionisio, traboccante di ebbrezza e con quello stesso sorriso dipinto. Solo più beffardo e meno spaventoso.

Non gli avevo mai sentito pronunciare alcuna parola, ma era come se quel sorriso posticcio e tirato fosse sufficiente a rivelarmi i suoi pensieri, su di me e su ogni altra persona che passava accanto a lui.

Quei pensieri mi erano divenuti familiari e ogni giorno i suoi occhi sottili e leggermente socchiusi mi rivelavano un dettaglio in più. Ero certo che avesse ormai memorizzato anche i particolari dei miei tatuaggi, di quelli più in vista e anche di quelli che a volte mostravo, passeggiando senza maglia per il caldo estivo. Non mi ero mai preoccupato del giudizio su quei disegni, anzi, li amavo tutti e li consideravo una parte importante di me, ognuno con il suo tempo e il suo valore, ognuno con una storia.

Ma i pensieri di quel vecchio si imprimevano con forza su ogni centimetro di pelle colorata e con loro si manifestava una sinistra forma di energia. Da quella mi liberavo con difficoltà, molto tempo dopo il nostro incontro quasi quotidiano.

Avevo pensato spesso di non passare più da quel tratto della pineta che costeggia la spiaggia e protegge animali e piante dal morso rovente del sole d’agosto. Ogni volta, però, qualcosa mi impediva di cambiare il mio percorso, qualcosa che era a metà tra il mio abituale slancio nell’accettare qualsiasi sfida e una curiosità che mi pareva malsana, ma era decisamente forte.

Mi ribellavo ai miei stessi pensieri e detestavo l’idea che il vecchio potesse influenzare la mia scelta, che potesse indurmi a cambiare abitudini e strada. Ero così intento a ribellarmi al suo influsso diabolico che ignoravo la sensazione latente di avergli consegnato io quel potere, mettendolo al centro dei miei pensieri per quei pochi minuti ogni giorno.

Quel vecchio era entrato in un angolo della mia vita e vi si era conficcato come una spina dolente. Era una presenza maligna e ostile.

I miei cani, però, non sembravano confermare la mia decisione sul suo conto, eppure erano sempre stati uno strumento formidabile per fiutare il prossimo e favorire le mie intuizioni. Erano sempre vigili e attenti come solo gli animali sanno essere e decifravano molto prima di qualsiasi contatto visivo o fisico le intenzioni di chiunque.

Quando qualcosa stava per accadere nel nostro percorso, si scambiavano una leggera vibrazione che ero diventato bravo a percepire subito. Nei giorni di fine estate, quando ormai le presenze umane diventavano rare, sapevo in anticipo se qualche animale selvatico o uno dei colombacci insolenti che popolano quel paradiso sul mare si sarebbero mostrati.

Ero già pronto a resistere allo strappo sul guinzaglio quando una volpe affamata e audace si spingeva in prossimità delle villette costruite dentro quell’ecosistema per metà selvaggio.

Lo stesso accadeva con le persone e distinguevo agevolmente tra i paurosi, gli incerti, gli innamorati e i temerari dagli slanci imbarazzanti; mi bastava leggere i segnali che i miei compagni di cammino mandavano puntualmente.

Eppure questo con il vecchio non succedeva.

Fin dal primo giorno e dal primo incontro rimanevano tranquilli e se non fosse stato per me che li dirottavo lateralmente, si sarebbero certamente spinti da lui per annusarlo senza alcuna diffidenza e probabilmente in attesa di un gesto dolce e di una carezza. 

Quel giorno non lo vidi in alcuno dei soliti posti dei nostri soliti incontri e questo mi confuse. Mi chiesi fino al giorno dopo se sarebbe tornato tra quegli alberi ad osservare me, i miei tatuaggi e i miei cani e risi per quel pensiero malsano.

Passarono tre giorni senza che facesse ritorno e la mia curiosità era diventata quasi preoccupazione, qualcosa mi rendeva inquieto e sentivo un richiamo provenire da un mondo che conoscevo bene, quello di cui non parlo e non scrivo spesso, quello delle presenze sospese e dei volti eterei e tremuli a cui sono abituato fin da bambino. 

Non ne avevo mai avuto paura e mi rendevano sereno a calmo, ma per anni avevo smesso di parlare con quegli esseri per non dovermi sentire troppo strano.

Finchè qualcuno non era passato nella mia vita a chiedermi loro notizie e a dirmi che molte delle sue notti erano abitate dagli stessi compagni delle mie e che mi aveva visto spesso lì.

Quella storia però era lontana da quel posto e da quel momento della mia vita, o almeno credevo che lo fosse.

Il quarto giorno lo vidi in lontananza, riconobbi tra i fusti dei pini piegati dal Libeccio invernale la sua figura incerta, appoggiata su una gamba per sollevare il peso dall’altra che sembrava sofferente. Mi resi conto che per settimane avevo osservato ogni sua mossa e che potevo descrivere a mente il suo incedere e i suoi movimenti, alla perfezione. Chiusi gli occhi e vidi nettamente il suo viso, distinguevo ogni ruga e ogni piega del volto segnato dal tempo e da qualcosa.

Ero stato io il suo osservatore per tutto quel tempo, almeno quanto lui aveva scrutato me e i miei segni incisi con l’inchiostro.

Quando gli fui accanto lasciai che i nostri sguardi rimanessero fissi l’uno sull’altro; si erano già incrociati da un po’ e non li separammo e neppure modificai la traiettoria dei cani. Entrambi si diressero decisi verso di lui e furono pronti quando si chinò lievemente e a fatica per accarezzare i loro musi curiosi e inoffensivi, mentre le code si agitavano ritmicamente. Erano tranquilli e in festa, come se incontrassero un vecchio amico.

“Buongiorno” gli dissi con tono confidenziale e lui mi rispose allo stesso modo “buongiorno”, come se ci fossimo salutati ogni volta prima.

“Non l’ho vista per un po’…”

“Si”, replicò e fece una pausa.

“Ero con mio figlio”, “è stato male, ma adesso è passata”.

Prima che potessi chiedere altro, mi si avvicinò, aveva preso il suo cellulare e scorse sullo schermo tra le lettere grandi di chi vede male da vicino.

Aprì una foto e me la mostrò.

Era un ragazzo su una sedia a rotelle e accanto a lui stava un Pit-Bull identico al mio, nero e bianco con lo stesso sguardo fiero e profondo.

“Erano amici” disse piano.

Guardavo ancora quella foto e vidi che le braccia di quel giovane che non aveva più di quarant’anni erano tatuate e muscolose. Stavo per chiedergli qualcosa che non avrei dovuto, ma lui mi precedette ancora.

“Mio figlio le assomigliava molto, sa ?”

“Era un atleta e aveva un’intelligenza speciale, come credo sia la sua.” “La osservo ogni tanto, ma cerco di non sembrare invadente, perché me lo ricorda e io non lo vedevo da vent’anni, da quando ha scelto di stare da sua madre, dopo l’incidente che non gli ha più permesso di camminare”.

“L’incidente non lo ha piegato, è diventato un ricercatore straordinario e molti dei suoi studi gli sopravviveranno e cambieranno la vita di tante persone, ne sono sicuro.” “Amava anche questi cani così forti e ne ha avuto uno con sé fino a quattro giorni fa”.

Ci fu un momento denso e pesante, un soffio freddo passò tra noi e i cani che erano stati immobili mentre noi parlavamo si agitarono.

“L’incidente aveva lasciato uno strascico grave si suoi polmoni. Io non lo sapevo e ora lui è morto”.

“Aveva scritto che ci fossi io ad accompagnarlo, e così sono tornato da lui”.

“Sono contento di averla incontrata oggi, e di aver accarezzato i suoi cani.”

Poi aggiunse: “non si lasci cambiare da chi vorrebbe giudicarla, io non l’ho fatto e adesso posso finalmente parlare con mio figlio”.

Vide il mio sguardo farsi interrogativo e completò la frase: “sa, anch’io vengo in quel mondo notturno e incontro le presenze che lei conosce bene. Ho imparato a parlare con loro e mi hanno preparato a questo momento.” “L’ho vista lì qualche volta”.

Spense il cellulare e strofinò la mano sulla testa di entrambi i cani energicamente. Poi mi fece un cenno con la mano e si allontanò con il suo passo incerto e altalenante. Rimasi fermo per un po’ a guardarlo bene, lo seguii con lo sguardo finchè non si confuse con gli alberi in lontananza. 

Quella sera, prima di addormentarmi, mi ricordai di lui: lo avevo incontrato da bambino e ricordai la storia che mi aveva raccontato.

Parlava di due lupi che si contendevano il regno sulla terra del branco, uno era un cacciatore formidabile, aggressivo e implacabile, l’altro era forte e calmo. Il vecchio Lupo che doveva lasciare il regno disse a entrambi di entrare in una grotta buia e che al loro ritorno avrebbe scelto il suo successore. Entrarono insieme in quell’antro e dopo qualche minuto ne uscirono.

Il primo lupo sembrava impazzito, ringhiava furiosamente e si scagliò contro il capo come un demonio, digrignando i denti. Il secondo lupo lo fermò con un balzo e con decisione e fermezza lo sottomise. Il vecchio Lupo lo scelse per essere il capo.

Quando gli avevo chiesto quale segreto fosse custodito dentro a quella grotta, il vecchio mi aveva risposto: “Nessuno. Solo una parete con un cascata d’acqua che riflette la luce e l’immagine di chi guarda in quella direzione”.

“Chi entra lì incontra se stesso e scopre davvero chi è”.

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