“La Juve è l’insegna sul locale”

“La Juve è l’insegna sul locale”.

Questa frase sibillina è attribuita a qualcuno dei protagonisti del primo grande scandalo giudiziario che travolse il calcio ed effettivamente, a prescindere dalla sua autenticità, esprime un concetto indiscutibile. Quello che accade alla Juve ha e avrà effetti anche sugli altri Club, il paradigma è più o meno matematico e certamente il “fatto” Juventino rischia di essere la manifestazione di un costume diffuso.

Naturalmente, questa considerazione non significa che il caso giudiziario torinese più recente coinvolga altri, ma solo che la tesi della Procura su alcuni argomenti, se fosse confermata nelle fasi successive del procedimento, avrebbe effetti che vanno al di là delle questioni di casa Elkann-Agnelli.

Da tempo nel mondo del calcio si vive un pericoloso connubio tra diversi piani della realtà e mi ispiro per deformazione culturale e metodo al tema giuridico, centrale in questi giorni, per distinguere responsabilmente.

Le stesse azioni, le medesime circostanze, i fatti assumono un luce differente a seconda che passino sotto la lente del diritto sportivo, di quello societario e delle regole speciali del mercato regolamentato.

A collegare questi mondi ci ha pensato il super-potere della Procura di Torino che diventa regolatrice di ultima istanza della bontà o della illiceità di quegli stessi eventi e delle azioni dei loro protagonisti.

Di conseguenza, si corre davvero il rischio che la legge dei vasi comunicanti possa generare un effetto incontrollabile.

La metafora finisce qui ed è ora di analizzare l’affaire Juventus con attenzione.

Nessun giudizio è ovviamente possibile e neppure ammissibile in questo momento, a valle di una sequenza di eventi connessi (anche questi) sul piano dell’indagine e del suo riflesso dentro alla struttura della società che si è esteso per adesso anche al mercato, con la prevedibile perdita di valore del titolo.

Ci sono – però – aspetti in primo piano, in evidenza.

Le accuse mosse dalla Procura di Torino alla governance, ai consulenti, ai controllori e alla stessa società sono diverse.

La più sorprendente e anche quella apparentemente più grave, sotto il profilo dell’intenzione, è quella che si riferisce alle scelte compiute (e confermate) con la cosiddetta “manovra stipendi” negli esercizi 2019/2020 e 2020/2021.

In sostanza, i soggetti raggiunti dall’informazione di garanzia avrebbero concorso a vario titolo ad organizzare e compiere una vera e propria mistificazione dei dati contabili, rappresentando di aver raggiunto gli accordi con alcuni giocatori che prevedevano la rinuncia a quattro mesi di stipendio, con un risparmio corrispondente per la società di circa 90 milioni di euro per ogni esercizio.

Il riflesso sul bilancio è ovviamente comprensibile, pur in presenza di alcune condizioni in quegli accordi. La scoperta a cui le indagini sarebbero giunte consiste nel ritrovamento di scritture che privano quegli accordi di validità, giacchè contengono volontà differenti e addirittura contrarie e garantiscono ai giocatori proprio quegli stessi compensi, sebbene camuffati sotto altre forme.

Se questa ricostruzione fosse confermata in Giudizio, saremmo di fronte ad una frode bella e buona che non ammette attenuanti o giustificazione, ma questa è una ipotesi che dovrà misurarsi con un probabile processo.

Nel frattempo, le dimissioni dell’intero organo di amministrazione e le dichiarazioni formali dimostrano che l’accusa viene presa in grandissima considerazione e la questione non sembra destinata ad una soluzione semplice.

“Si tratta di profili complessi relativi ad elementi di valutazione suscettibili di differenti interpretazioni circa il trattamento contabile applicabile” è una di quelle frasi che fanno del gergo giuridico una lingua con implicazioni multiformi.

Il Consiglio di Amministrazione che verrà potrebbe prendere prudentemente le distanze da una condotta che – se accertata definitivamente – ha ben poco di difendibile.

Accanto a questa “novità”, però, si trovano altri due temi che non hanno nulla di nuovo nella tradizionale composizione dei reati societari e degli illeciti sportivi.

Al Club bianconero ed alla sua governance vengono ascritti infatti, l’utilizzo di fatture false al fine di evadere l’IVA e gli effetti degli scambi di mercato che generano le cosiddette e ormai arcinote “plusvalenze”.

Proprio quest’ultimo argomento implica una considerazione e genera un dubbio di grande impatto.

Sulle plusvalenze realizzate da alcune società e dalla stessa Juventus si era – infatti – concentrata alcuni mesi fa l’attenzione della Procura Federale che aveva tentato di sconfessare e disconoscere i criteri con cui avvengono molti degli scambi di mercato e che fondano le “strategie” di Bilancio di altrettanti Club.

In quell’occasione si misuravano due posizioni del tutto antitetiche ed inconciliabili e si trattava di difendere (e salvare) il principio vitale per il mercato secondo il quale il valore dei giocatori non può essere affidato a fattori oggettivi e definito da unità di misura inamovibili.

Al contrario, si tratta di scambi che avvengono in un contesto che per sua stessa natura è suscettibile di influenze e valutazioni del tutto soggettivi e addirittura effimeri, emotivi e predittivi.

Non esiste un criterio matematico che possa quotare il valore di un calciatore e farne un campione o un brocco senza l’intuizione, l’esperienza e a volte la visione che appartengono al genio umano. Così è sempre stato e così sarà sempre; questa è stata la tesi contrapposta alle censure degli inquirenti davanti alla Corte di Giustizia Sportiva e questo principio ha vinto, le accuse sono state rispedite al mittente.

Non è trascorso molto tempo e su queste decisioni si fonderanno le prossime stagioni del mercato; o così pareva, finchè l’indagine della Procura Torinese non ha (ri)aperto il caso, riproducendo, pari pari, quelle accuse sul piano del diritto penale.

Ora è inevitabile che ci si chieda se il pronunciamento recentissimo della Giustizia Sportiva ha, o meno, fondatezza e peso giuridico.

Le implicazioni potenziali dell’”operazione Prisma” sul versante sportivo sono moltissime e giungono fino ad immaginare effetti diretti sul risultato sportivo o penalizzazioni di vario genere, ma quella di un eventuale capovolgimento di fronte sulle regole del mercato diventa oggi il punto nevralgico di un intero mondo, sportivo, imprenditoriale e finanziario.

Il frettoloso abbandono del presidente Andrea Agnelli e del suo Consiglio di Amministrazione consegnano ai loro successori un compito difficile e al mondo del calcio un interrogativo che parrebbe riguardare molto di più dei reati contestati ed estendersi alla legittimità stessa di una modalità di scambio che è divenuta negli anni essenziale per la sua sopravvivenza.

Insomma, pare che siamo di fronte ad una svolta decisiva, l’ennesima e forse la più drammatica che ricordiamo.

Ancora una volta “la Juve è l’insegna sul locale”

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