La speranza del CACTUS

“Che cos’è dunque l’arte, questa entità ritenuta così preziosa e indispensabile per il genere umano?” – Lev Nikolaevič Tolstoi

Sono arrivato qui per alcuni motivi nuovi e per questo molto forti. Il primo è che da quando ho iniziato a pubblicare quello che scrivo sento di appartenere ad una categoria che non saprei definire ma che esiste, eccome se esiste. La mia naturale ritrosia a valorizzare all’esterno quello che sento dentro mi impedisce di parlare di arte, ma quantomeno posso dire di sentirmi uno scrittore mancato finalmente promosso al rango di scrittore autentico.

Loro – invece – sono artisti.

Riconosciuti come tali e insigniti dei simboli di quel riconoscimento.

Dunque, da scrittore sono arrivato a sentire cosa dicono di sé due artisti patentati, premiati dalla città da cui sono dovuti andar via per realizzare il dono che suppongo abbiano entrambi riconosciuto presto (anche se scoprirò ascoltandoli che non è proprio così).

Il secondo motivo è che adoro il connubio perfetto tra parole e immagini che si sublima nei fumetti e dunque sono venuto a comprare i loro due libri per godermeli, semplicemente.

Non sono un giornalista e neppure un critico, dunque mi (e vi) risparmierò la cronaca della serata se non per due aspetti che valgono entrambi il prezzo del biglietto (ovviamente era tutto gratuito e i libri mi sono costati meno del prezzo di copertina).

Nicola Zurlo e Vincenzo Filosa sono l’immagine perfetta di una peculiare configurazione antropologica moderna, rara e per questo decisamente importante, perché mostra ai (molti) rimasti dove potrebbe giungere la schiatta dei (pochi) che sono andati a cercarsi la realizzazione se solo si impegnassero di più.

Parliamo tanto di “fuga dei cervelli”, e sarebbe esteticamente assai più gradevole dire “dei talenti”, che immaginare i lobi dei Crotonesi intenti a fuggire verso altri lidi fa un po’ senso, a meno che non lo si faccia disegnare ai nostri due campioni, magari. Abbiamo creato un mito che parrebbe dimostrare che ovunque vada un Crotonese riuscirà a realizzarsi, come invece non può qui, a casa sua.

Ma non è affatto così. 

Cioè: è vero che altrove ognuno trova una opportunità di impiego e uno stipendio magari migliore di quello che avrebbe avuto qui facendo la stessa cosa, ma questo non ha nulla a che vedere con la realizzazione di sé e tantomeno con il cervello, figuriamoci poi con il talento. Fuggono – dunque – gambe, braccia, occhi, nasi, orecchie e tutto il resto, solo per sbarcare il lunario e non perché possiedono doti straordinarie che in terra di Crotone non vengono riconosciute.

Questo basterebbe a convincere chiunque che non c’è speranza per alcuno da queste parti; almeno finchè non si creano qui le condizioni per garantire una dignitosa e minima opportunità a ciascuno di quelli che ci nascono in questo posto. Mi fermo, il tema è troppo alto per me e lo lascio volentieri a quelli bravi.

Nicola e Vincenzo, però, sono davvero “cervelli” e ancor più sono “talenti”, che se ne sono andati e hanno trovato le condizioni per realizzare la loro arte; poi l’hanno riportata anche qui, dove sono stati premiati per questo.

Arte è la loro, perché non c’è dubbio che lo sia e anche senza aver letto i due libri che ho comprato la vedo emergere dalle pagine colorate ogni volta che le scorro e mi fermo su un disegno o leggo un dialogo e una parola.

Allora la speranza c’è, anche in un deserto apparentemente arido e incapace di nutrire i semi che cadono nella sua sabbia sterile.

Generare e non allevare è una maledizione più cattiva che non produrre niente.

Ma Nicola e Vincenzo ieri hanno detto (e dimostrato) che non è così, e che – anzi – proprio l’amore apparentemente negato di questa terra per i suoi figli e la sofferenza che questa condizione produce può essere il dono che rende possibile il miracolo. Cito Vincenzo Filosa: “il mio disagio, quello che ho sperimentato qui, è stato la mia fortuna e io lo ringrazio per questo”.

Lo ha detto con un misto di semplicità e cinismo e anche con mestiere, esattamente come doveva, come fa un artista come lui e Nicola sorrideva come se l’avesse scritta lui quella battuta.

In realtà l’ha scritta, come ha scritto le storie di “Cosma & Mito” e ha creato con le parole il flusso e il ritmo che diventa facilmente disegno e traccia le linee perfette del connubio tra due artisti.

Questi sono certamente due cervelli e non sono fuggiti, sono semplicemente andati altrove a cercare di compiere il loro destino e sono ancora più certamente due talenti con braccia, gambe, occhi eccetera.

Ieri sono tornati a dirci che l’arte è arte e si nutre di sé stessa anche nella sabbia del deserto più arido. Mi ha davvero colpito la genialità con cui hanno messo la crotonesità in pagine di cui conosco appena l’aspetto e per questo sono tornato felice a scrivere di loro, come faccio di tutto quello per cui vale la pena, secondo me, che fuggo e torno continuamente e ho davvero poco cervello e ancor meno talento, ma conosco bene la maledizione della madre sterile dei Crotonesi.

Tiro le somme della serata e il bilancio è ottimo: due libri con uno sconto e i disegni originali di Vincenzo, un argomento ispirato di cui scrivere e la consapevolezza che la speranza ha ragione di esistere anche nel deserto, anche se è una speranza “del cactus”.

Grazie ad Alessia e Andrea che hanno fatto succedere questa cosa. 

Talenti rimasti, per ora…

4 risposte a “La speranza del CACTUS”

  1. Che belle le serate come la tua in cui ti porti a casa molto di più di due libri! 😍

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    1. Imparo a godermi cose che non conoscevo ed è bello, molto bello.

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  2. Buon anno amico mio! 🙂

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    1. Grazie di Cuore e Buon Anno anche a te!

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